#neimieipanni

Partenza in notturna per l’Aquila nella macchina “buco nero” di Peppuzzo

Apro il baule della macchina, immancabilmente parcheggiata sotto raggiultragammasincrotronici di un sole agostiano impietoso di chi è costretto a lasciare la frescura domestica alle 14. Rapido check dell’attrezzatura: le macchine ci sono, le batterie sono cariche, le schede formattate, i sali e l’acqua ok, outfit impeccabile nonostante la previsione di copiose sudate. Si parte!

Navigatore impostato per una destinazione che - il caso o Murphy e la sua legge dovranno prima o poi spiegarmelo - non è mai entro i 30 chilometri; pare che la gente si sposi sempre lontano da dove si abita, che sia Roma Nord, come nel mio caso, o a Piramide! Nel tragitto si ripassano mentalmente orari, scalette e accordi presi con gli sposi. Arrivo sotto casa dello sposo fresco come una rosa, con il climatizzatore dell’auto fissato a -18° consapevole che lo sbalzo e lo sforzo di caricare uno zaino da Alpino al CAR sarà una prova fisica e mentale. 

Varco la soglia assieme all’operatore video e si scorgono già in lontananza i primi cenni di implosione psicomotoria da stress pre-traumatico di parenti e - spesso - di amici. Lo sposo si aggrappa a un volto conosciuto, il mio, come un cerbiatto abbagliato dai fari di un’auto nella notte: finalmente qualcuno che può dare un senso al caos che ha rischiato di travolgerlo irrimediabilmente. Con la velocità degna di un centometrista giamaicano sgombriamo la stanza fotograficamente più adatta e procediamo alla vestizione dello sposo il cui terrore - sia detto per onore di cronaca - di doversi vestire di tutto punto un paio d’ore prima dell’uscita da casa sotto la medesima canicola con cui siamo arrivati noi, è evidente. 

Dopo un’ora scarsa abbiamo tutto il materiale necessario; ci reidratiamo all’onnipresente buffet domestico in visione del ritorno in auto e carichi come sherpa nepalesi ci dirigiamo senza temere i 40° segnati dal termometro della macchina verso la casa della sposa. 

Qui la scena è generalmente più frenetica di quella vista a casa dello sposo, ma l’arrivo del fotografo provoca nella futura sposa un sospiro di sollievo perché è pienamente consapevole che per noi il rispetto della scaletta e, quindi, dei tempi che abbiamo così meticolosamente programmato nei giorni precedenti, è determinante e finalmente c’è qualcuno che si preoccuperà se le lancette dell’orologio girano troppo rapidamente come per una novella Cenerentola. 

Franz che come un volontario di Emergency ci procura qualcosa da bere…

… e Cofano ringrazia

Benché per noi siano momenti per certi versi anche stressanti, è imperativo trasmettere a tutti, sposa in primis, grande tranquillità e rassicurare chiunque manifesti anche deboli segni di cedimento nervoso e per questo ho da sempre ritenuto - e mi sono affinato col tempo - che il fotografo di matrimonio dev’essere anche un po’ psicologo. Uno psicologo accaldato, nella maggior parte dei casi, affaticato sicuramente, ma pur sempre psicologo, anche quando - per esempio - l’amica che si improvvisa truccatrice tira una linea di eyeliner precisa come avrebbe fatto la mia compianta zia Irma, affetta da una severa forma di parkinson (che di fatto, però, le permetteva di fare una maionese buonissima!). 

Uniti come un sol uomo assieme al video operatore, ai genitori e alla sposa che è bella per definizione anche grazie a un trucco waterproof, affrontiamo l’ingresso in macchina per dirigerci verso la chiesa pensando già alla marcia a tappe forzate che ci vedrà correre come il Niki Lauda dei tempi d’oro per guadagnare quei 10 minuti necessari a parcheggiare (spesso non vicinissimo alla chiesa, per usare un eufemismo), vestire nuovamente i panni dello sherpa, raggiungere lo sposo che ci aspetta per il suo ingresso, posizionare eventuali luci e attrezzatura e finalmente, dissimulando a stento la disidratazione, siamo pronti per ricevere la sposa…


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