#duepiùdue

Spesso, confrontandomi con le future coppie di sposi - tanto che abbiano già ingaggiato un fotografo quanto che siano ancora in cerca - mi capita di sentire frasi del tipo ”Io ho scelto tizio perché vengono in due” oppure ”Lo studio Tal dei Tali mi ha inserito il secondo fotografo” e via dicendo, sia che si parli di fotografi che di videomaker. Eccetto rarissimi casi di cui mi sto ancora amaramente pentendo dopo anni, e che comunque si possono contare sulla punta di due dita, non ho mai affrontato un servizio fotografico di matrimonio in solitaria e questo non solo perché l’inconveniente è dietro l’angolo, dall’auto in panne al malanno improvviso; dal danno accidentale all’attrezzatura, alla distanza siderale tra casa sposo e casa sposa, ma anche e soprattutto perché il giorno delle nozze ci sono così tanti dettagli e così tante emozioni da fissare che è assurdo pensare anche lontanamente che una persona sola possa avere occhi a sufficienza. 

Dal punto di vista più strettamente fotografico, poi, avere una doppia prospettiva di una determinata situazione consente di avere il corretto materiale che agevolerà e renderà più fluente l’impaginazione dell’album, aspetto - questo - che grazie alla mia derivazione di grafico editoriale, curo sempre con precisione maniacale: se consideriamo l’album come il contenitore finale di tante ore di lavoro - soprattutto nel reportage di matrimonio - poter raccontare lo stesso istante più da vicino o contestualizzandolo magari nella stanza dove si sta preparando la sposa è determinante e restituisce indubbiamente un risultato assai più coinvolgente e se mi passate il termine - narrativo. Come ho già avuto modo di raccontarvi, infatti, lo stile che prediligo ma che in realtà è anche l’unico sul quale ho deciso di investire in termini di tempo e studio, è per l’appunto il reportage di matrimonio ed è evidente che per poter raccontare un’intera giornata tanto importante e per certi versi anche tanto caotica, quattro occhi funzionano certamente meglio di due. Se sono otto è il top!

Se questo discorso è valido per la fotografia, lo è ancor di più per il video di matrimonio (quello che anni fa, quando si girava ancora con la telecamera a spalla in VHS, veniva chiamato filmino di matrimonio), dove l’uso di una seconda camera diventa a dir poco fondamentale: in fase di montaggio, infatti, avere a disposizione due (o più) punti di vista rende il montato finale certamente più godibile e nient’affatto noioso, rischio nel quale, invece, si potrebbe incorrere con un solo videoperatore. Scrivo più punti di vista perché alle due camere, spesso, aggiungiamo il drone le cui riprese certamente non devono risultare invadenti ma che, usate nel modo giusto al momento giusto, restituiscono prospettive inaspettate e un dinamismo fino a qualche anno fa impensabili.

Sorvolando sul tema lavoro di squadra che ai più potrebbe restare indifferente ma che per noi operatori del settore - vi assicuro - è invece fondamentale (non fosse altro perché l’affiatamento e la conoscenza dei colleghi agevola il flusso del lavoro), avere la ragionevole certezza che il servizio di matrimonio verrà svolto al meglio, con tutti gli strumenti necessari e che il materiale a disposizione del fotografo e del montatore sarà il più completo possibile fa la differenza anche durante il servizio e consente a tutti di lavorare con serenità.
A tutti e quattro, a due più due.

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#nonescludoilritorno

Nadiezka, dalla Russia con splendore

Era il 12 maggio 2018 e sulla mia pagina facebook annunciavo con non poca mestizia la mia intenzione di abbandonare la fotografia, complice sì una crisi da foglio bianco ma anche e soprattutto una sorta di disamoramento causato dalla banalità e dalle brutture del mondo fotografico. Scrivevo così:

Sono stato un bravo fotografo. Permettetemi l’immodestia, ma credo di essere riuscito, nella mia non lunghissima carriera, a produrre immagini apprezzabili e, salvo alcuni scivoloni della prim’ora, lontane dalla banalità imperante: non ho mai usato balle di fieno, non ho mai fatto infilare lo slip nel tacco 17 di un plateau vertiginoso, non ho mai chiesto alla modella di ammiccare, di guardarmi come se mi desiderasse e non ho mai scattato alle cascate di Monte Gelato. Credo che già questo basterebbe a contraddistinguermi dai più.

Gi

Jessica. E basta.

Sono stato un bravo fotografo e alcuni miei seppur intimi risultati lo testimoniano. Ma non è bastato. Ho raggiunto un punto in cui ho dovuto fare una scelta per la mia vita, una scelta a lungo termine, una scelta che coinvolgesse anche la mia famiglia e questa scelta non ha potuto seguire la linea del cuore. Mi sta bene, tornerò a poter scattare fotografie solo quando mi va e se mi andrà, però lasciatemi dire una cosa: voi che aspettate la mietitura per le rotoballe, voi che fate infilare il perizoma nanometrico nel tacco 17 di un plateau vertiginoso, voi che se la modella non fuma non è una foto, voi che scattate da fieri membri di un plotone di esecuzione fotografico, voi che dite al soggetto “muoviti come vuoi, fai tu”, voi che commentate foto orrende di soggetti altrettanto discutibili nella speranza di una risposta, voi siete il male di quella che definite la vostra passione. Se non avete il coraggio e la forza di evolvere, abbiate un po’ di pietà. Lo dico per le generazioni future.
Sono stato un bravo fotografo, ma non è servito.

FabioFa

Karry

Michela

Si trattava evidentemente di uno sfogo intimo e che purtroppo per parecchio tempo ha dettato la linea della mia attività lavorativa, ma poi è successo qualcosa. Qualcosa che ahimè mi ha portato ad allontanarmi dalla mia primissima passione, ovvero i ritratti, ma che allo stesso tempo ha cementato in me la convinzione di poter portare quello stesso entusiasmo nella fotografia di matrimonio. 

All’epoca del post avevo ricevuto molti attestati di stima, alcuni inaspettati, altri - lo dico ancora oggi con un pizzico di rammarico - me li aspettavo ma non sono arrivati, ed ero veramente deciso a mollare tutto per non dover affrontare la fatica di trovare un appiglio che mi desse nuovo slancio e che, zaino in spalla, mi inducesse a rimettermi in discussione da (quasi) zero, dal momento che già da svariati anni mi dedicavo alla fotografia di matrimonio ma avrebbe avuto senso e sarei rinato dalle ceneri solo dimostrando uno spirito e un’ottica assolutamente nuovi. 

Poco a poco, quindi, soprattutto studiando tanto e circondandomi di persone valide e stimolanti ho trovato la mia dimensione e sebbene rivedendo le foto sono spinto sempre da un prepotente spirito di autocritica che mi porta - spero - a migliorarmi, ho capito che in fondo sarebbe stato uno spreco gettare alle ortiche tante ore investite a volte anche facendo foto discutibili.
L’importante è capirlo e raddrizzare il timone.
Tutto il resto è noia.


il Sindaco, Mauro Fagiani

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#chiamatemiyoghi

Come un navigato grizzly di Yellowstone il fotografo di matrimoni, salvo - ahimè - rare eccezioni, chiude la stagione ai primi di ottobre ed entra in una sorta di letargo fino ai primi di gennaio quando, complice l’entusiasmo del nuovo anno, esce dal suo antro fatto di tanti progetti e comincia a pianificare i servizi della stagione. O, almeno, è quel che faccio io, ma non pretendo di fare statistica. 

A grandi linee, quando si strappa l’ultima pagina del calendario, gli appuntamenti dell’anno successivo sono presi e per chi come me è maniaco della programmazione e della cura dei dettagli, è naturale cominciare con largo anticipo a pensare  tutto ciò che di fatto concorre alla realizzazione del servizio fotografico e video di matrimonio. In base al mood che emerge dall’incontro con gli sposi, per esempio, decidiamo assieme ai videomaker le musiche che andranno a fare da colonna sonora per il filmino di matrimonio; stabiliamo dove realizzare il servizio di engagement (anche e soprattutto per valutare la risposta degli sposi davanti all’obiettivo, ma questo è un segreto, non glielo dite!) e in che periodo; cerchiamo di fare dei sopralluoghi nelle location prescelte per le esterne, laddove queste siano per noi nuove e, soprattutto, cerchiamo nuove idee per lo shooting fotografico in genere, molto spesso buttando un occhio al mercato anglosassone. 

Come spesso accade, lasciatemi dire con un rigurgito di populismo, in Italia - purtroppo - le cose belle arrivano sempre con un certo ritardo e il mercato della fotografia di cerimonia fatica a metabolizzare certe novità: se date una rapida scorsa ai tanti profili Instagram dedicati alla wedding photography (lo scrivo in inglese non per immotivata esterofilia ma perché è così che li trovereste) vi renderete presto conto che lo stile che va per la maggiore, e che cerco di studiare sia nella realizzazione dello scatto ma anche e soprattutto nella postproduzione, è lontano anni luce da quello che mediamente viene prodotto nel Belpaese. Ci vorrà del tempo, certo, ma intanto chi mette anima e corpo in quel che fa studia e cerca di condividere questa visione del bello con i futuri sposi. 

Un altro aspetto per me fondamentale è curare i rapporti con i fornitori, specialmente quelli propri, ovvero quelli che daranno poi forma alle nostre foto. Per la realizzazione di album e fotolibri mi sono da sempre affidato all’azienda che io reputo la migliore in assoluto, tanto per la qualità dei prodotti (rigorosamente creati a mano in Italia), quanto per l’assistenza alla vendita che - badate bene - non è affatto cosa da poco. È un po’ come quando si entra nel (magico) mondo Apple e Mac: è vero (e nemmeno poi tanto) che i computer della mela sono mediamente più costosi, ma l’assistenza Apple non teme davvero rivali. Ve lo confermerà chiunque abbia avuto a che fare con il genius bar. Allo stesso modo Graphistudio e i suoi tecnici offrono sempre il massimo in termini di materiali, allestimenti, stampa e assistenza. Ho da poco ricevuto il nuovo campionario (a proposito di investimenti in formazione ma non solo) e vi posso garantire che le finiture che possiamo offrire quest’anno sono assolutamente incredibili. E anche questo rientra ampiamente nelle mie attività invernali: ricevere i futuri sposi in studio e scegliere assieme il tipo di allestimento che ospiterà le loro foto, i materiali ed eventuali nobilitazioni.

Tanto del tempo a disposizione, poi, lo fagocitano le nuove tecnologie, che devono essere conosciute per poter essere correttamente sfruttate sul campo. Sorvolando su noiosi tecnicismi che interessano solo noi feticisti degli ISO, vi posso garantire, per esempio, che entrare nel mondo dei droni - come ho di recente fatto io - è un po’ come mettere piede al Korova Milk Bar e tracannarsi una pinta di lattepiù: la fotografia è già di per sé argomento non facile, se poi lo si fa guardando il mondo da un oblò, le cose da imparare si moltiplicano esponenzialmente.

Insomma, da fare ce n’è, e non possiamo di certo permetterci di dormire sugli allori anche perché poi la neve si scioglie, le temperature si fanno più miti, i germogli crescono sugli alberi e noi dobbiamo essere pronti, ché poi arriva il ranger Smith.

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